Amore Universale

 

Premesse: esplorazione del mondo interiore

logo Amore UniversaleOgnuno di noi vive in due mondi. Uno è il mondo esterno che possiamo vedere guardandoci intorno, un mondo familiare, piuttosto ovvio, che conosciamo bene. C'è però un altro mondo, quello interiore dei pensieri e delle emozioni, dell'immaginazione e dei sogni, un mondo che ospita un‘IO' ombra, una persona misteriosa che non vediamo mai chiaramente, ma che sembra capace di guardare e osservare entrambi i mondi.

Chi è veramente questa persona che vive in noi ed è in contatto sia con il mondo esterno, sia con quello interno. Possiamo riferirci a questo ‘IO' la cui natura vorremmo conoscere, semplicemente usando la parola ‘mente'. Questo è un termine generico, che indica tutti i contenuti del mondo interiore, sia conscio, sia inconscio. La mente è il magico teatro interiore dove noi mettiamo in scena la recita della nostra vita, quella conscia che pensa e quella inconscia che si muove di nascosto, in altri modi. Conoscere noi stessi, quindi equivale a conoscere la nostra mente, nei suoi vari livelli di coscienza e nel suo stato inconscio.

Più si lavora in campo psicologico e più ci si rende conto di quanto sia vasta la dimensione della sofferenza umana e di come tutti abbiamo un grande bisogno di serenità, per essere meno vulnerabili ai tanti problemi che la vita presenta, sia per chi già riesce a scrutare nel suo mondo interiore, sia per chi non considera altro che gli aspetti esteriori dell'esistenza.

Poiché la concentrazione è molto importante nella pratica meditativa, è senz'altro necessario saperne di più. La concentrazione è considerata una forma particolare di ‘attenzione', specificamente indirizzata, che richiede una messa a fuoco di tale definizione da escludere ogni stimolo distraente e la coscienza dedicata completamente, e in maniera esclusiva, all'oggetto dell'attenzione.

Perché la concentrazione è cosi fondamentale nella meditazione? La risposta è che la mente ha modo d'avere esperienza di se stessa solo quando è in uno stato di concentrazione.

Diario di un principiante meditante:

Meditare era davvero facile: basta sedersi a occhi chiusi in un posto tranquillo, concentrarsi sul respiro ed era fatta ! Naturalmente, quando la sera seguente mi sedetti nuovamente sul cuscino e provai fiduciosamente a rientrare in quello stato, ebbi una grande delusione, appena chiusi gli occhi e tentai di concentrarmi sul respiro, fu come se la mia mente dicesse ‘So perfettamente dove vuoi andare e ti ci porto io, non c'è problema'; invece non mi condusse affatto li, ma creò soltanto condizioni di dialogo interno, disagio fisico, e, ben presto, notevole irritazione. Fu un fallimento totale o più precisamente, fu insieme un fallimento e un grande successo, perché inizio a farmi comprendere che non si entra in meditazione con forza di volontà, con l'io che afferma "Lascia fare a me, E una bazzecola! basta solo riprodurre coscientemente lo stato che stiamo cercando"

Ci vuole un po' perché la lezione facesse effetto: fino ad allora, la mia educazione prevedeva un duro e cosciente sforzo di volontà ogni volta che si voleva ottenere qualcosa e ora non era facile riconoscere che ciò in cui mi stavo cimentando era di natura molto più sottile e regolato da leggi del tutto diverse. La prima di queste leggi è proprio che, sebbene si abbia l'intenzione di meditare, appena s'inizia bisogna abbandonare ogni idea d'intenzione e ogni tensione verso il conseguimento di un fine predeterminato; ci si deve concentrare su ciò che abbiamo scelto, qualunque cosa sia, come se fosse sempre la prima volta. Concentrandosi cosi, senza aspettative, né speranza o sfiducia, si pratica la meditazione e si osserva con distacco ciò che sorge da essa.

Il punto d'inizio del processo della meditazione, consiste nella concentrazione su uno stimolo particolare, escludendo tutti gli altri.

Le basi della meditazione

Qualcuno ha detto, saggiamente, che la tragedia degli occidentali è "Non riuscire a sedere tranquillamente nella propria stanza" meditare significa, infatti, sedere con calma nella propria stanza, che sia la stanza fisica del mondo esterno o quella mentale del mondo interiore.

La meditazione è l'esperienza del proprio essere, l'esperienza di ciò che si trova dietro i mille pensieri ed emozioni che si affollano, normalmente, nella nostra vita.

La meditazione è già dentro di noi e, sebbene spesso ci riferiamo a essa come a una tecnica, in realtà non è qualcosa da imparare, da aggiungere a ciò che già siamo, a qualcosa in più da studiare, come i linguaggi dei computer, la meditazione è l'esperienza di ciò che siamo, siamo sempre stati e saremo; per dirla con un'ultima metafora, è come il mondo appare quando siamo calmi e lo vediamo com'è realmente, non nel vortice confuso della nostra incessante agitazione.

Come si è detto in precedenza, il primo e fondamentale passo in qualsiasi pratica meditativa di qualunque forma, è la concentrazione: la mente deve avere qualcosa su cui rimanere concentrata; ogni volta che l'attenzione sfugge, a causa di pensieri invadenti, stanchezza o noia, deve essere riportata a fuoco, delicatamente ma con decisione.

L'oggetto dell'attenzione può essere qualunque cosa ma, specialmente all'inizio, sarebbe meglio che fosse qualcosa di semplice, o di ritmico, ecco perché si utilizza la respirazione semplice, ritmica, e regolare, la respirazione è sempre con noi, nei momenti belli e in quelli brutti, senza suscitare particolari associazioni personali; è lo sfondo indistinto della nostra vita, essenziale per la nostra stessa esistenza.

La respirazione si presta, quindi, a essere un buon oggetto dell'attenzione, ma non bisogna seguirla nel suo percorso, dal naso fino all'addome, piuttosto è meglio concentrarsi su un punto specifico; si possono scegliere le narici, dove entra l'aria fresca ed esce la calda, oppure l'addome, con il ritmico alzarsi e abbassarsi del diaframma. Seguire la respirazione da un punto all'altro significherebbe distrarsi troppo, mentre l'attenzione dev'essere totale.

Esercizio

Seduti in un posto tranquillo, nella posizione del loto o in una sua variante, rivolgete l'attenzione alle narici o all'addome e mantenetela li, opponendovi a qualunque distrazione di pensieri o eventi esterni. In teoria, niente potrebbe apparire più semplice: si sente l'aria entrare, una brevissima pausa tra l'ispirazione e l'espirazione, quindi l'aria che esce e, di nuovo, una piccola pausa.

Almeno all'inizio, non sforzatevi d'impostare la respirazione in qualche modo particolare, per esempio con espirazioni più lunghe delle inspirazioni; ma lasciatela fluire in modo naturale, permettendole di divenire stabile e sempre più lieve, a mano a mano che il corpo e la mente si rilassano nella meditazione. Non dimenticare che l' attenzione dev'essere totale sulla respirazione e nient'altro.

Consigli

Quando iniziate a meditare, fare sedute di cinque o dieci minuti, dopo qualche settimana potrete aumentare a quindici, venti minuti, ma non tentare mai di forzare il passo. Se vi succede di essere trascinati via dai pensieri, appena ve ne accorgete tornate, dolcemente ma con fermezza, alla presenza della respirazione. Cercate di non essere impaziente e non pensate che non riuscirete mai a meditare: una mente vagante dimostra solo quanto si abbia bisogno di meditare, quindi in realtà è un aiuto e un incentivo, perché vi mostra quanto poco controllate il pensiero. La giusta reazione è provare gratitudine verso quella parte della mente che è divenuta consapevole della distrazione, ricordandovi di tornare all'oggetto della vostra attenzione.

Non posso esimermi dal sottolineare quanto sia importante questo atteggiamento di gratitudine; infatti, maledicendovi ogni volta che vi scoprirete distratti, non solo favorirete un inopportuno senso di disistima, ma metterete la mente in condizione di non avvertirvi più quando sarete distratti in futuro: dato che non le piace certo essere punita ogni volta che lo fa, ve lo ricorderà sempre meno e vi sarà, quindi, sempre più difficile concentrarvi. Come conseguenza della frustrazione che ne deriverà, la mente comincerà a sussurrarvi che meditare è una fatica del tutto inutile e che fareste meglio a occupare diversamente il vostro tempo.

Concentrarsi sul respiro induce spesso le persone a chiedere se bisogna respirare in qualche modo particolare; il miglior consiglio che si possa dare è di respirare in modo naturale e, quando la meditazione diventa più profonda, diventare consapevoli di come la respirazione divenga gradualmente più lieve e sottile, fino ad essere quasi impercettibile.

Quando non si sta meditando si possono usare le proprie facoltà intellettuali per riflettere sulla natura e il significato della meditazione, ma durante la pratica il compito della mente è concentrarsi totalmente senza essere distratti dai pensieri che sorgono, banali o profondi che siano.

RIASSUMIAMO NUOVAMENTE LA PRATICA FONDAMENTALE DELLA MEDITAZIONE

La concentrazione si sviluppa dedicando un'attenzione esclusiva alla respirazione, senza prendersela se la mente vaga, senza aspettative e senza porsi chissà quali traguardi; con il tempo, la concentrazione diventerà progressivamente più sicura e la mente meno incline a divagare. Non è detto che si debba andare avanti in linea retta: un giorno tutto procede bene e un altro sembra di tornare indietro; qualche volta la mente e ben attenta e concentrata, qualche altra schiamazza come un mucchio di scimmie.

Persino la peggiore seduta di meditazione può essere un'esperienza fortificante se la si considera un segnale che evidenzia la necessità di migliorare la nostra pratica e se la si esamina in un secondo momento, cercando di comprendere perché la concentrazione fosse cosi incerta.

Riuscendo a rimanere spontaneamente concentrarti, anche solo per alcuni minuti, si comincia ad essere calmi, la mente e il corpo entrano in uno stato di pacifica e serena tranquillità, il respiro, il battito cardiaco e lo stesso metabolismo si stabilizzano. Il ritmo di tutto l'essere rallenta e diventa più calmo, lieve e sottile. Questa è la seconda fase della meditazione, in cui subentra una tranquillità del tutto particolare.

La tranquillità meditativa diviene stabile solo dopo una lunga pratica e, spesso, non si comprende perché alle volte sorga facilmente, in presenza della concentrazione e altre sia, invece, inconsistente, nonostante la concentrazione sia profonda e stabile.

Esistono diversi livelli di tranquillità, compresi quegli stati di beatitudine di cui parlano i praticanti esperti, ma all'inizio si sperimenta un'assenza di emozioni, piuttosto che il sorgere di stati più profondi di gioia esistenziale. I vari livelli possono o meno manifestarsi ma, meditando, il praticante diviene comunque consapevole che la meditazione è, in se stessa, il fine e non un mezzo per raggiungerla. Un giorno, forse, potrà anche condurre verso un traguardo ignoto e inimmaginabile ma, per il momento, ciò che conta è la pratica in sé e il nutrire queste aspirazione quando si incomincia a praticare la meditazione equivale ad allontanare ulteriormente ogni possibile meta.

L'Introspezione

Nella meditazione c'è, però una terza fase, in cui il praticante entra nel cuore dell'esperienza meditativa: è la fase dell'introspezione, nella quale si cominciano a fare delle scoperte che forniscono risposte alla domanda ‘chi sono' A volte si entra spontaneamente in questa condizione, mentre si medita ma, di solito, è necessario un proposito preciso, che alcuni maturano con riluttanza, trovandolo piuttosto impegnativo.

L'impegno consiste nel capire esattamente che cosa avvenga nella propria mente e ciò richiede, quindi, un'attività opposta alla condizione passiva che è presente nello stato di tranquillità. Si entra in questa attività solo dopo aver acquisito uno stato di calma (e qui siamo di nuovo al paradosso); un'entrata prematura agita la mente, come quando si smuove il fango sul fondo di una pozza. Quando si è tranquilli, invece, questa attività non disturba la mente e non richiede più energia mentale di quella necessaria per la semplice osservazione del respiro. Lungi dall'intorbidare l'acqua con il fango, questa attività si può paragonare al muovere le mani nell'acqua limpida, osservando le increspature cristalline che si allargano incessantemente in tutte le direzioni.

Un modo per praticare l'attività introspettiva consiste nello spostare l'attenzione dalla respirazione ai pensieri. Ora i pensieri stessi diventano questo centro, ma si devono comunque evitare le loro trappole mentali ed emotive, non lasciandosi trascinare in fantasticherie e sogni a occhi aperti. Bisogna semplicemente osservare i pensieri, con la stesso vigile distacco con cui si osservava la respirazione. Essi passano come il riflesso delle nuvole sull'acqua, ma si rimane concentrati sul punto dal quale essi sorgono, su quello in cui scompaiono e sullo spazio fra questi, nel quale la mente si svuota e rimane nella sua semplice e nuda essenza.

Nessuna descrizione di questo stato introspettivo può avvicinarsi alla sua effettiva e diretta esperienza; comunque, è a questo punto che le pratiche meditative iniziano a differenziarsi tecnicamente (proseguendo, però, nella medesima direzione), poiché esistono molte altre cose su cui è possibile concentrarsi, oltre la respirazione e ai pensieri. Si possono approfondire alcune di queste cose e le tecniche a loro collegate (con vari sistemi di meditazione).

Prima di concludere queste note riassuntive, desidero porre ancora in evidenza le tre fasi che costituiscono il punto centrale della meditazione:

In altri termini:

Per approfondire lo studio completo dei vari sistemi di meditazione, vi rimando alla lettura di libri specializzati. Eccone uno che tratta molto esauriente l'argomento:

TUTTI I METODI DI MEDITAZIONE - di David Fontana
Edizione RED

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